Zelensky umiliato, Ucraina abbandonata: avanza lo scenario della Nuova Yalta fra Trump e Putin?


 

diFederico Rampini| 1 marzo 2025

La lite furibonda con Trump e Vance alla Casa Bianca, la mancata firma dell’accordo sui minerali, la cancellazione della conferenza stampa congiunta.

Peggio di così, forse, non poteva andare. A meno di immaginare Zelensky arrestato dal Secret Service e deportato a Guantanamo… La lite furibonda con Trump e Vance alla Casa Bianca, la mancata firma dell’accordo sui minerali, la cancellazione della conferenza stampa congiunta: un disastro di cui avete già tutti i dettagli in cronaca. Probabilmente Zelensky ha commesso degli errori tecnici nel prepararsi al summit di ieri: anche quello molto banale di ostinarsi a parlare in inglese (interpreti e ambasciatori servono anche a guadagnare tempo, stemperare le tensioni, meditare bene le reazioni). Ma Trump e Vance hanno sfoderato un’aggressività indegna, di fronte a un leader che incarna l’eroica resistenza del suo popolo contro un’aggressione criminale.

Al momento c’è un vincitore sicuro ed è Putin. L’ipotesi che l’America di Trump proceda verso una sorta di Nuova Yalta (che avevo anticipato in un editoriale sull’edizione cartacea del Corriere), cioè una spartizione di sfere d’influenza con la Russia, è più concreta di prima al termine di questa settimana turbolenta.

In fondo a questa sezione della newsletter vi offro una breve lettura sulla storia della prima Yalta, quella del 1945: perché il nome di quella città della Crimea dove si riunirono i tre futuri vincitori della seconda guerra mondiale (Roosevelt Churchill Stalin) viene spesso citato a sproposito. La «spartizione» fu imposta nei fatti, e con la forza delle armi, non tanto come il frutto di un accordo a tavolino. E se oggi molti hanno ragione di temere che Trump si faccia abbindolare da un Putin ben più esperto di lui, 80 anni fa a Yalta il presidente americano Franklin Roosevelt era quasi un malato terminale, le sue condizioni psico-fisiche si avvicinavano più a quelle di Biden che a quelle di Trump…

Ma prima di risalire alla storia del 1945, eccovi alcuni nodi chiave della settimana che si è appena conclusa con il «maltrattamento» di Zelensky. Decifro questa settimana terribile avvalendomi dell’uso di esperti.

L’IMPOTENZA DEGLI EUROPEI
In Europa molti hanno vissuto in modo surreale gli eventi di questa settimana. Forse scambiando i propri desideri per realtà, hanno creduto alla narrazione di un’Europa capace di correggere Trump, incalzarlo, assediarlo. Dai dazi all’Ucraina. Per portarlo su posizioni più ragionevoli, più atlantiste. Le cose sono andate molto diversamente, come anticipavo ieri nella mia rubrica Oriente Occidente. Dal presidente polacco Duda al francese Macron, fino al premier britannico Starmer, le tre visite di questi leader europei sono state molto meno aggressive, molto più arrendevoli e mansuete. La geopolitica, nel mondo reale, è basata sugli interessi di Stato e sui rapporti di forze. Il resto sono chiacchiere. Se Duda Macron Starmer dovevano piegare Trump e portarlo sulle loro posizioni riguardo a Russia-Ucraina, il bilancio della loro azione è quello incassato dal povero Zelensky: un disastro. Ma questo perché le missioni Duda-Macron-Starmer non avevano nulla che assomigliasse all’assedio descritto in Europa. Sui primi due ho già scritto, quindi aggiungo solo un riepilogo della visita di Starmer. Qualcuno ha teorizzato che un effetto della presidenza Trump sarà di accelerare il riavvicinamento del Regno Unito all’Unione europea, quasi una retromarcia rispetto a Brexit. Se è così, Starmer dissimula molto bene le sue reali intenzioni. Perché a Washington lui è venuto a dire l’esatto contrario: che Londra vuole ribadire una relazione speciale e privilegiata con gli Stati Uniti. Ha presentato a Trump come prova della sua buona volontà un recentissimo aumento delle spese militari fino al 2,5% del Pil. Gli ha consegnato un invito di Re Carlo («sarai l’unico presidente americano della storia, a fare ben due visite di Stato a Buckingham Palace»). Ha sottolineato che il Regno Unito, a differenza dell’UE, ha una bilancia commerciale in pareggio con gli Usa; di conseguenza si aspetta un trattamento di favore sui dazi. Ha proposto un accordo speciale di libero scambio, soprattutto nei settori tecnologico e digitale, dove Londra si sente molto più vicina all’America che all’UE.

Trump lo ha trattato bene, salvo lasciarlo a mani vuote sulla questione fondamentale: in cambio della disponibilità a schierare truppe inglesi sul terreno per garantire una tregua in Ucraina, Starmer aveva implorato il presidente Usa di mantenere intatta la relazione strategica fra i due paesi (e fra l’America e la Nato), nonché di fornire una copertura e un supporto indispensabili per la sicurezza futura dell’Ucraina (e delle truppe peace-keeping anglo-francesi là schierate).

PERCHE’ IL DETERRENTE USA RESTA ESSENZIALE IN EUROPA Riassumo il pensiero di un’esperta, Celeste Wallander (Center for a New American Security). La questione non riguarda solo le armi nucleari, dove gli arsenali franco-britannici sono minuscoli rispetto a quello russo e quindi non sono un vero deterrente. In realtà il nucleare non è mai entrato in seria considerazione per Putin (anche se ogni tanto ne parlava per godersi il panico fra gli europei); lui invece nei suoi piani di ricostruzione della sfera d’influenza imperiale dell’Urss, ha bisogno di intimidire e ricattare gli europei con uno scenario di vittoria rapida in una guerra convenzionale. È per resistere a un’aggressione russa di tipo convenzionale, che gli europei hanno bisogno dell’America negli ambiti seguenti: copertura aerea ovvero protezione dal cielo delle truppe; satelliti; intelligence; logistica e approvvigionamenti. È solo perché finora esisteva questo deterrente convenzionale, che Putin non ha mai attaccato quelle basi Nato da cui transitavano armi dirette agli ucraini.

CARATTERISTICHE DELLA VITTORIA DI PUTIN
Riassumo le analisi di due esperti, Andrea Kendall Taylor (Center for a New American Security) e Stephen Sestanovich (Council on Foreign Relations). Putin lo sta ripetendo da tempo, non gli basta un cessate-il-fuoco, lui vuole un accordo molto più generale, una ri-sistemazione degli equilibri europei. Nella squadra Trump talvolta è apparsa l’idea di ritirare i soldati americani là dove si trovavano fino al 1990 cioè prima dell’allargamento della Nato. Anche senza arrivare a tanto, c’è il rischio che l’intero sistema della sicurezza euro-atlantica degli ultimi 75 anni si stia disfacendo sotto i nostri occhi. Trionfo per Putin.

QUALE TORNACONTO PER L’AMERICA
Fermo restando che con Trump tutto è provvisorio, che ogni esito può essere smentito e ribaltato, un grande accordo stile Nuova Yalta con Putin potrà essere presentato da Trump come un vantaggio per l’America? Riassumo la risposta possibilista di un’esperta, Emma Ashford (Stimson Center). Gli Stati Uniti potrebbero ricavarne tre vantaggi veri: un ridimensionamento delle proprie spese militari (vedi la teoria sul debito di Nial Ferguson di cui vi ho già scritto); un trasferimento di oneri e responsabilità sui propri alleati o ex-alleati; infine maggiori margini di manovra e flessibilità nelle relazioni con la Russia e anche con la Cina, le uniche due superpotenze che contano davvero sul piano geopolitico e strategico-militare.

SCENARIO EUROPEIZZAZIONE DEL CONFLITTO
Una interessante ipotesi sugli sviluppi futuri. Avanzata da Celeste Wallander. Va avanti il disgelo Trump-Putin, sull’Ucraina e su altri dossier il loro accordo passa sopra le teste dell’UE e di Kiev. Però gli ucraini non si arrendono, e gli europei mantengono le loro promesse di sostenerli. La guerra continua, a bassa intensità, asimmetrica e con crescente uso di tattiche di guerriglia e terroristiche, con il solo appoggio degli europei (o di alcuni europei). Questo è uno scenario non impossibile però a bassa probabilità. Gli europei hanno arsenali già molto assottigliati, inadeguati a difendere sé stessi; dovrebbero assumersi delle responsabilità e dei rischi elevati nei confronti della Russia, probabilmente sfidando le proprie opinioni pubbliche.

Eccovi ora qualche elemento storico sulla prima Yalta, estratto dal mio libro «I cantieri della storia» (Mondadori):

«Il presidente americano Franklin Delano Roosevelt non è un globalista per formazione. Ha forti affinità culturali con l’Inghilterra, tra i suoi collaboratori pullulano i socialisti ispirati dalle sinistre europee e perfino i simpatizzanti del comunismo sovietico, ma lui ha gestito il New Deal come un piano di riforme americano-centrico; non ha esitato a usare il protezionismo a danno del resto del mondo. Quando s’imbarca nella crociata contro i nazifascismi, però, riscopre l’eredità del suo predecessore democratico Woodrow Wilson. Alleva nella sua squadra i teorici di una nuova politica estera come George Kennan e Dean Acheson. Nasce allora a Washington l’idea di un nuovo ordine internazionale fondato su regole e sicurezza per tutti. L’architettura di questo nuovo mondo, a guida americana, è imperniata su istituzioni come le Nazioni Unite, con un robusto Consiglio di Sicurezza che nelle intenzioni di Roosevelt deve poter funzionare come un vero gendarme pacificatore. Il Fondo monetario internazionale, la Banca Mondiale, l’Accordo generale su commercio e dazi (Gatt, precursore del Wto), sono tre pilastri di un’economia aperta che deve rinascere a vantaggio di tutti. Dietro queste istituzioni c’è l’idea che le guerre valutarie e commerciali sfociano nei conflitti militari; bisogna diffondere prosperità per edificare una pace stabile. Roosevelt è convinto di poter cooptare le altre potenze nel suo progetto visionario: pensa che Regno Unito Francia Urss e Cina vorranno unirsi all’America per diventare i cinque poliziotti globali. A lungo, è convinto di avere a che fare con una Unione sovietica fondamentalmente pacifica, un partner costruttivo. A posteriori viene accusato di ingenuità. Gli avversari politici, e molti storici, denunciano i suoi errori fatali nel vertice di Yalta (nel febbraio 1945 con Stalin e Churchill) dove inizia a delinearsi fra le potenze alleate una spartizione del mondo – soprattutto dell’Europa – in zone d’influenza. Roosevelt arriva a Yalta malato, stanco, privo di lucidità. La sua morte è vicina: si spegne due mesi dopo. Dalle ricostruzioni storiche, non sembra in grado di decifrare l’astuzia e il cinismo di Stalin. Il dittatore comunista è deciso a far valere lo spropositato tributo di sangue versato dal popolo sovietico, vuole tradurlo in un’influenza allargata nelle mappe geopolitiche del dopoguerra. Yalta-1945 nel bilancio più critico viene equiparata ad un nuovo tragico appeasement: il termine che significa “conciliazione, pacificazione” ma divenne sinonimo di resa, tradimento e cedimento, quando nella conferenza internazionale del 1938 a Monaco inglesi e francesi consegnarono la Cecoslovacchia al Reich di Hitler.

Ancora una volta i paesi dell’Europa centro-orientale, in particolare Polonia e Cecoslovacchia, vengono abbandonati dall’Occidente e finiscono sotto il tallone di un impero prepotente. Non solo Roosevelt, anche Churchill che si considera ben più astuto del presidente americano, si fida della promessa di Stalin sulla tenuta di libere elezioni in Polonia, che verrà calpestata. A dire il vero, ormai l’Armata rossa ha conquistato tali posizioni sul terreno, che sarebbe necessaria probabilmente un’altra guerra per ricacciarla dai suoi nuovi possedimenti. Stalin si considera un genio degli scacchi, e i suoi sicofanti alimentano la leggenda organizzandogli partite truccate. Però il leader sovietico commette degli errori strategici. Il suo marxismo-leninismo dottrinario gli fa prevedere un inevitabile conflitto tra imperialismi, a lungo s’illude che l’America e l’Inghilterra entreranno in guerra tra loro per contendersi le spoglie dell’impero britannico in declino. Poi si convince che gli Stati Uniti torneranno all’isolazionismo di una volta, abbandoneranno l’Europa al suo destino, lasciandola alla mercè dei giochi di Mosca. Stalin si chiama fuori dagli accordi di Bretton Woods che creano il Fondo monetario e le nuove regole dell’economia mondiale. Costringe i paesi satelliti dell’Urss a isolarsi dalla ripresa degli scambi. È ostile soprattutto al Piano Marshall, perché quel programma di aiuti prevede la ricostruzione della Germania. Stalin al contrario vuole succhiare dall’economia tedesca il massimo di risarcimenti, 20 miliardi di dollari dell’epoca, vuole cioè estrarre dalla Germania sconfitta quasi il doppio delle risorse del Piano Marshall, ad esclusivo beneficio dell’Urss. La questione tedesca è centrale per capire le conseguenze di lungo periodo del Piano Marshall. Si oppongono due scenari antitetici sul futuro dell’Europa. Mosca vuole un Continente evacuato dalle truppe americane e una ricostruzione sovietica finanziata dai tedeschi…».

1 marzo 2025


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