Il Foglio: Il nuovo terrore culturale


Il foglio internazionale

Il nuovo terrore culturale

03 mar 2025

Dal ’45 a oggi, dal comunismo al wokismo: la stessa strumentalizzazione della storia e demonizzazione degli avversari. Parla Jean Sévillia al Figaro Histoire, il suo libro “Habits neufs du terrorisme intellectuel” è una storia intellettuale della Francia

l suo libro (“Habits neufs du terrorisme intellectuel”, Éditions Perrin) è una storia intellettuale della Francia dal 1945 a oggi. “E’ un metodo che consiste nel rifiutare il dibattito su questioni fondamentali delegittimando uno degli interlocutori” dice Jean Sévillia al Figaro Histoire. “L’idea è quella di togliere ogni credito all’avversario squalificandolo per ragioni morali, equiparandolo, per amalgama, alle figure della storia che incarnano il male; presentandolo come qualcuno le cui idee si sono dimostrate così pericolose in passato che sarebbe inutile discuterne, che va combattuto senza fare la minima concessione”. 


Ha scelto l’immediato dopoguerra come punto di partenza. “Perché la damnatio memoriae che ha colpito il collaborazionismo e il governo di Vichy dopo la Seconda guerra mondiale ha dato origine a un nuovo fenomeno. Fin dall’
affaire Dreyfus, gli intellettuali di destra e di sinistra si erano scontrati in polemiche violente. Ma non si era mai pensato che una parte dovesse essere esclusa dal dibattito perché, per natura, era delegittimata a parteciparvi. L’Action française e il Partito comunista potevano scambiarsi invettive e talvolta scontrarsi per strada. Ma partecipavano alla pari al dibattito delle idee. Al contrario, la rilettura della storia dell’Occupazione che viene fatta al momento della Liberazione consiste nell’equiparare la destra e l’estrema destra a Vichy e al collaborazionismo (…). Alleata degli Stati Uniti, l’Urss è stata in prima linea nella vittoria contro la Germania nazista. E’ dalla parte del bene. Ha partecipato alla crociata delle democrazie contro il fascismo. Contando sul suo prestigio, ma anche sulla forza delle sue reti e dei suoi gruppi armati, e sul terrore che scatenò durante l’epurazione, il Partito comunista riuscì, invocando il suo impegno nella Resistenza dopo la rottura del patto tedesco-sovietico, ad affermarsi come il partito dei 75 mila fucilati (in realtà ne aveva contati 5 mila) e la punta di diamante della liberazione del paese. Ciò gli ha permesso di assumere una posizione egemonica nel mondo intellettuale, nell’editoria, nella stampa e nelle università. L’anticomunismo fu equiparato alla compiacenza verso il nazismo. Era un peccato, un crimine. Era il periodo d’oro dei compagni di strada: anche coloro che non aderivano formalmente al Partito (in particolare i cristiani di sinistra) ne riconoscevano la preminenza morale e politica. ‘L’anti comunismo era la forza di cristallizzazione necessaria e sufficiente per una rinascita del fascismo’, scriveva il cristiano Emmanuel Mounier su Esprit. Quando, nel 1947, il dissidente russo Kravchenko raccontò l’orrore dei campi di concentramento di Stalin, Les Lettres françaises denunciarono un’operazione di propaganda americana”. 


Di fronte a questa situazione, la destra politica del dopoguerra si è rifugiata nella competenza economica. Ha lasciato alla sinistra la definizione degli ideali politici e il monopolio dell’autorità morale e si è ritirata nella buona gestione. “Alla Normale Sup, a Sciences Po, all’università e al Cnrs, il sistema di cooptazione assicurava il monopolio delle assunzioni ai comunisti, ai loro compagni di strada e ai loro alleati. Per essere titolare della cattedra di Storia della Rivoluzione francese alla Sorbona, ad esempio, bisognava essere marxisti, leggere la Rivoluzione come un episodio della lotta di classe (la presa del potere da parte della borghesia) e il Terrore come una politica di autodifesa contro l’aggressione straniera (…). E’ il trionfo di Gramsci: la conquista delle menti da parte della sinistra attraverso l’egemonia culturale”. 


Sartre ha svolto un ruolo particolare in questo periodo. “Sartre non è mai stato membro del Partito comunista, ma era proprio l’incarnazione del compagno di strada. ‘Ogni anticomunista è un cane’, proclamava. In un’altra occasione disse che un anticomunista era ‘un topo viscido’. E’ stato lui a dare il tono all’intellighenzia. Era il suo più eminente rappresentante. Per lui il comunismo rimaneva un’idea pura, nonostante le sue derive nella pratica. Annunciò che il tenore di vita in Urss sarebbe stato del 30 o 40 per cento superiore a quello della Francia prima del 1965”. Poi, l’anticolonialismo ha preso il sopravvento… 
“Negli anni Cinquanta e Sessanta, i progressisti delusi dal fallimento del socialismo sovietico proiettarono le loro speranze sulla decolonizzazione. L’eroica lotta dei popoli contro le potenze coloniali e per la nascita del Terzo mondo apparve loro come la nuova incarnazione della lotta di classe. Nelle figure di Hô Chi Minh, Fidel Castro e Che Guevara, ritrovarono l’ideale di un comunismo libero dai sanguinosi compromessi di Stalin e dell’Urss, un esempio di emancipazione delle masse lavoratrici che si dispiegava nella purezza cristallina di una guerra di liberazione degli oppressi contro gli oppressori (…). Decine di intellettuali francesi si recarono a Cuba. Gli furono offerti rum, sigari e ragazze facili, e furono travolti dall’entusiasmo di questo nuovo volto tropicale e festoso della Rivoluzione. Tornati a Parigi, scrissero reportage pieni di entusiasmo sul modello sociale cubano”. 


Alla fine del Ventesimo secolo, tuttavia, il terrorismo intellettuale si è spostato in un’altra arena: quella della politica migratoria. “Il terreno è cambiato, ma i metodi sono rimasti gli stessi: la strumentalizzazione della storia e la demonizzazione degli avversari”. Il suo libro è stato pubblicato per la prima volta nel 2000. “Nella sostanza, i temi si sono solamente arricchiti della questione del genere, che prima del 2000 era assente. Il wokismo stesso è un lontano discendente del pensiero del ‘68, che è tornato da noi dagli Stati Uniti dopo essere stato impiantato oltreoceano dai teorici della French Theory. La volontà di essere ‘svegli’ di fronte alle persecuzioni di tutte le minoranze e la fobia delle fobie sono, in ultima analisi, il risultato dell’individualismo e della decostruzione di tutte le comunità tradizionali (la famiglia, la nazione) a favore di identità e comunità che abbiamo scelto per noi stessi e a cui aderiamo per contratto. Questa tendenza si manifesta ancora oggi nel nel rifiuto delle autorità e delle gerarchie, nella decostruzione della famiglia e nel primato dell’individuo”. 


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