Pasquale Russo – Io, Disertore dalla Fabbrica dell’Infelicità


Io, Disertore dalla Fabbrica dell’Infelicità

Ho passato la mia vita a lottare. Da giovane sui campi di mio padre contadino, poi nel sindacato, quindi nella politica, infine nel mondo accademico.

Ho visto volti contadini segnati dalla fatica del lavoro, ho ascoltato sogni infranti dal cinismo di un sistema che non lascia spazio alle persone, ma solo ai numeri. Ho combattuto perché credevo – e credo ancora – che il nostro dovere di ognuno sia realizzare la propria felicità anche attraverso la realizzazione degli altri a costruire la propria felicità.

Ma negli anni ho capito che la battaglia più difficile non è contro un padrone, un governo o un’istituzione. È contro un’idea, un’illusione: quella di un mondo in cui il valore di un essere umano si misura dalla sua produttività, dalla sua capacità di adeguarsi, dalla sua obbedienza alle regole di un gioco truccato. Questa è la fabbrica dell’infelicità, un sistema che trasforma i desideri in ansia, le aspirazioni in frustrazione, la creatività in consumo.

Ho visto giovani brillanti spegnersi sotto il peso della precarietà, studenti talentuosi rinunciare ai loro sogni perché “non c’è spazio”, lavoratori piegarsi sotto carichi di lavoro insensati, famiglie spezzate dalla necessità di inseguire un futuro che non arriva mai. Ho ascoltato troppi “mi piacerebbe, ma non posso”. E allora mi chiedo: cosa ci è successo? Quando abbiamo accettato che questa fosse la normalità?

Disertare, per me, non è fuggire. È dire “no” a ciò che schiaccia la vita, a ciò che la impoverisce.

Quando ero nel sindacato, ho combattuto per il diritto delle persone a non essere solo numeri su una busta paga. Quando ero in politica, ho cercato di dare voce a chi non ce l’aveva, di creare possibilità dove sembravano non essercene. Nell’università, ho provato a dimostrare ai giovani che il loro valore non sta in un voto, in un contratto o in un titolo, ma nella loro capacità di immaginare un mondo diverso.

Eppure, ovunque io sia stato, ho visto la stessa logica all’opera: quella di una società che ci vuole sempre insoddisfatti, sempre in lotta tra di noi, sempre più soli. E allora mi chiedo: perché continuiamo a giocare a questo gioco?

Oggi più che mai, ci dicono che dobbiamo prepararci alla guerra quella con le armi che è l’estrema espressione di quella della competizione, della performance, della produttività senza sosta.

L’Europa “hanno” deciso che si riarma e i giovani vogliono sedurli con la retorica del patriottismo, delle “opportunità” offerte dall’industria militare, dalla promessa di sicurezza economica in cambio della loro libertà.

Ma la guerra non è solo nei campi di battaglia. È nelle aziende che spremono i lavoratori fino all’ultimo respiro. È nelle università trasformate in fabbriche di laureati senza futuro. È nei social media che ci convincono che siamo sempre in ritardo, sempre inadeguati, mai abbastanza. È nella propaganda che ci spinge a vedere l’altro come un concorrente, mai come un alleato.

Ogni anno settecentomila suicidi e 5 milioni di tentativi, contro circa 200 mila morti per guerre.

Disertare significa dire basta a tutto questo. Non è un atto di codardia, ma di coraggio. È scegliere di non partecipare a una guerra che non è la nostra. Mentre i media ci trasferiscono ansia per le varie Intelligenze Artificiali e robot paventando un mondo transumano, non ci accorgiamo che il mondo è già disumano.

Nel corso degli anni, ho visto persone cambiare vita con scelte radicali. Un giovane avvocato che ha lasciato tutto per aprire una piccola libreria indipendente. Una donna che ha rinunciato a un lavoro di prestigio per dedicarsi a una cooperativa agricola. Un gruppo di studenti che ha creato una piattaforma per condividere saperi fuori dai circuiti accademici ufficiali.

Questi sono i veri disertori. Non hanno abbandonato la società, l’hanno reinventata. Hanno capito che la felicità non si trova nell’accumulo di denaro o status, ma nella possibilità di vivere secondo i propri ritmi, di costruire comunità reali, di dare un senso autentico alle proprie giornate.

Quando gli studenti mi chiedevano che strada prendere, non gli dicevo mai “segui il mercato”, “scegli ciò che è sicuro”, “adattati a quello che c’è”. Dicevo sempre: “Cosa vuoi davvero?” Perché il primo passo per disertare è capire che abbiamo il diritto di chiederci cosa vogliamo, senza paura del giudizio degli altri.

Ho imparato che la felicità non è qualcosa che si compra, né qualcosa che si conquista con fatica e sacrificio. È una pratica quotidiana di creare legami, di costruire bellezza, di generare gratitudine.

Io Pasquale Russo diserto.


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