Il massimalismo, malattia infantile della sinistra
Né aderire né sabotare: incapace di dettare una linea, il gruppo dirigente del Partito democratico ha ripiegato sulla soluzione pilatesca dell’astensione
Quello che nel Pd è accaduto al Parlamento europeo per le votazioni sul Libro bianco in materia di riarmo della Ue rientra nella storia, drammatica, della sinistra europea, e in specie di quella italiana. Non si tratta semplicemente di una spaccatura per differenti giudizi in materia politica, bensì di una contrapposizione fra l’eterna anima massimalista e quella politico-riformatrice. Per questo vale la pena di rifletterci.
Partiamo da un dato di fatto: per quanto riguarda il Libro bianco sulla difesa europea non si trattava di avallare o di discostarsi da un concreto e specifico piano di azione politica, ma semplicemente di valutare se una linea di indirizzo, ancora piuttosto vaga e suscettibile di molte declinazioni da specificare poi, rispondesse o meno a quanto richiesto dalla svolta storica che si sta determinando. Specifichiamo subito: sarebbe del tutto legittimo e comprensibile negare, si spera con un ragionamento e un’analisi all’altezza del delicato momento, che quella svolta sia in atto. Nulla di questo è stato fatto, né si sono viste personalità con lo spessore necessario per accreditare una lettura della contingenza attuale diversa da quella che non solo è stata espressa dalla presidente della Commissione von der Leyen, con un discorso complesso, ma che risulta condivisa da molti sperimentati uomini di governo.
Alla constatazione che si stia entrando in una fase di neoimperialismi per cui all’Europa è richiesto di attrezzarsi anche sul piano militare per non venirne schiacciata, abbiamo visto contrapporsi o utopismi pacifisti neppure di buon spessore o demagogie di basso conio che cercano consensi propagandando che le spese per la difesa inevitabilmente distruggerebbero lo Stato sociale che a fatica è stato costruito (e, diciamolo tra parentesi, i populisti hanno fatto davvero poco per evitarne una decadenza causata dalla difesa di vecchi privilegi).
In questo quadro, il gruppo dirigente del Partito democratico ha provato a chiedere ai suoi parlamentari europei di votare contro il Libro bianco, ma, visto che non riusciva a trovare argomenti convincenti per ottenere su ciò un ampio consenso, ha ripiegato sulla soluzione pilatesca di optare per l’astensione. Il gruppo si è sostanzialmente spaccato a metà, a mio giudizio per fortuna, mostrando che una parte almeno mantiene ancora una sana distanza dalla tabe del massimalismo (se poi chi si è adeguato alla richiesta della segreteria lo abbia fatto per adesione a quella prospettiva, o per calcolo politico di convenienze nella lotta interna al partito, lo vedremo nei prossimi mesi).
Ciò che qui interessa valutare è se la scelta propugnata dalla segretaria Schlein rientri nella fattispecie del massimalismo, cioè di quel modo di fare politica che ha spesso successo nell’animare gli spiriti di inquieta e irrazionale contestazione
Ciò che qui interessa valutare è se la scelta propugnata dalla segretaria Elly Schlein e dal suo inner circle rientri nella fattispecie del massimalismo, cioè di quel modo di fare politica che ha spesso successo nell’animare gli spiriti di inquieta e irrazionale contestazione che sempre esistono nelle fasi critiche della storia: un modo di fare politica che poi porta in genere la sinistra al disastro privando i sistemi politici in cui è inserita di una alternativa di progresso contrapposta agli arroccamenti della conservazione (quando non ai rigurgiti del reazionarismo becero).
Tuttavia va anche notato che il comportamento della componente riformista del Pd non è stato fino in fondo all’altezza della sfida in campo. Anche su questo fronte si sconta un retaggio della storia della sinistra: il timore delle contrapposizioni interne, vuoi per fedeltà a quella che una volta (molto, molto tempo fa) si definiva unità della classe operaia e che adesso è ammantata più o meno come campo largo progressista, vuoi per calcolo in un confronto col gruppo dirigente al potere delle possibilità di vittoria giudicate scarse (secondo il mito della ferrea legge delle oligarchie: anche questo un retaggio storico).
Faccio questa riflessione avendo in mente quanto accadde al socialismo italiano nel primo quindicennio del Novecento con le conseguenze a seguire. Anche allora si ebbe un rigurgito di massimalismo, guidato, guardate un po’, dal signor Benito Mussolini, che poi non ebbe remore a spostare le sue battaglie su sponde opposte (perché il massimalismo è un camaleonte che non sai mai come gestire). Quando si arrivò alla questione dell’entrata dell’Italia nella Prima guerra mondiale, propugnata dai massimalismi delle destre con un governo che aveva abbandonato la navigazione centrista del giolittismo, i socialisti furono travolti dalla loro astratta fedeltà all’antimilitarismo e al pacifismo, ma, non potendo opporsi al mainstream che dominava le classi dirigenti al potere e il loro peculiare populismo, scelsero la via dell’ambiguità con la famosa parola d’ordine: di fronte all’impegno dell’Italia nella guerra non si doveva “né aderire, né sabotare”.
Così i socialisti italiani, diversamente da quello che sarebbe accaduto per altri partiti socialisti in Europa, si tagliarono fuori dal poter essere durante il conflitto parte significativa delle classi dirigenti politiche, e nel dopoguerra continuarono ad essere vittime del loro massimalismo finendo nelle braccia, poco accoglienti, della Terza Internazionale, per aprire così di fatto la strada dopo la tragedia del fascismo e della Seconda guerra mondiale alla cessione del loro ruolo di guida del progressismo di sinistra alle ambiguità del Partito comunista.
Lungi da chi scrive l’idea che la storia si ripeta. Sono convinto però che ci siano dei “meccanismi”, se si vuole usare un termine più tecnico delle “regolarità”, che sarebbe bene tenere a mente. Se così non fosse, studiare storia sarebbe tutto sommato inutile.
Oggi come allora è necessario non cedere a quelle ortodossie subdole costituite dal presunto dovere di fedeltà agli slogan e ai pregiudizi che per più di una generazione hanno modellato una certa comprensione della evoluzione politica dagli anni Sessanta del secolo scorso in poi. Il moto che ha portato all’avvento al vertice del maggior partito della sinistra italiana di un più o meno giovane gruppo dirigente contro un professionismo politico di routine ha radice nella rivolta spontaneistica di una parte della opinione pubblica “di sinistra” desiderosa di rispondere di petto a turbolenze della storia cui si contrapponeva una abbastanza stanca gestione di quegli eventi.
È un fenomeno tipicamente massimalista: l’insoddisfazione generata dall’angoscia a fronte di un cambiamento radicale che si percepisce in arrivo porta non a generare interpretazioni politiche e conseguenti proposte razionali di riforma (necessariamente pazienti e gradualiste), ma a “scaricarsi la coscienza” col gridare forte e chiaro la propria volontà di arrivare presto a un mondo diverso: come non si sa, ma ci si accontenta di proiettare il risultato auspicato come sicuramente possibile. Ma di fronte a questo clima e alla constatazione di gruppi dirigenti che si sono adeguati ad esso, chi è consapevole dell’errore in cui si sta incorrendo deve accettare la battaglia aperta e portarla fino in fondo.
Siamo di fronte a qualcosa di molto complesso, che non può essere liquidato come un puro ritorno dell’irrazionalismo pseudo profetico (una componente tragica della storia dell’umanità)
Siamo di fronte a qualcosa di molto complesso, che non può essere liquidato come un puro ritorno dell’irrazionalismo pseudo profetico (una componente tragica della storia dell’umanità), anche se questa componente è presente, eccome. Si tratta di una dimensione che coinvolge fenomeni di massa di destra come di sinistra (usiamo categorie standard tanto per intenderci), che produce leader populisti e demagogici (fattispecie distinte) di varia caratura, che attrae nel suo gorgo intellettuali più o meno significativi sempre tentati dal ruolo di mosche cocchiere.
Una società e un sistema politico che non vogliano essere travolti da questa insorgenza dovrebbero mettersi in grado di esprimere soggetti, singoli e collettivi, capaci di elaborare razionalmente l’emergenza della transizione in corso e di guidare le comunità a comprenderla e a gestirla in modo costruttivo. Per chi vuole fare un serio “lavoro politico” non c’è errore peggiore che giustificare la propria incapacità di uscire dagli slogan e dai pregiudizi in cui si è formato con l’argomento del “così vuole la nostra gente, il nostro popolo, la nostra comunità” (sostituisce l’infausto grido di altri tempi: “Dio lo vuole”).
Almeno chi ha un ruolo, per quanto modesto, di esercizio in pubblico della riflessione razionale deve sentirsi in dovere di reagire a quanto sta succedendo. Perché, per usare le parole di Manzoni, non debba dire “sospirando io non c’era” quando non la “santa vittrice bandiera” sarà da salutare, ma l’effetto infelice di una mancata gestione responsabile di un passaggio epocale.
Forse è eccessivo leggere quanto avvenuto nella vicenda del Pd al Parlamento europeo in un contesto così impegnativo, ma credo di non sbagliarmi indicando la serietà di un incidente di precorso: in definitiva la storia si condensa spesso in questi.