Riccardo Luna – Internet, da «dono di Dio» a pericolo per la democrazia: cosa è andato storto?


Internet, da «dono di Dio» a pericolo per la democrazia: cosa è andato storto?

di Riccardo Luna

La rete e il web dovevano servire ad «abbattere muri e costruire ponti», Rita Levi Montalcini definiva Internet la più grande invenzione del ‘900. Ma oggi si è trasformato nel più insidioso strumento per picconare le democrazie. Quand’è, precisamente, che la storia è cambiata?

Internet, da «dono di Dio» a pericolo per la democrazia: cosa è andato storto?

Cos’è andato storto?

Come è successo che «la prima arma di costruzione di massa», la rete di computer che doveva servire ad «abbattere muri e costruire ponti» fra le persone, si è trasformata nel più insidioso strumento per picconare le democrazie? Quand’è, precisamente, che la storia è cambiata?

Ecco la prima puntata di una serie che proverà a rispondere a questa domanda. Da martedì 18 sarà online la seconda puntata .

Qualche giorno fa sulla bacheca digitale interna di Google è apparso un messaggio che fotografa benissimo lo sconcerto che tanti avvertono. É apparso dopo che nel giro di qualche giorno Google ha ribattezzato, sulle sue mappe, «Golfo d’America» il Golfo del Messico, come ordinato dal presidente degli Stati Uniti; e cancellato i programmi di inclusione delle minoranze, come auspicato dal presidente degli Stati Uniti; e infine rimosso lo storico divieto – che si era autoimposto – di utilizzare l’intelligenza artificiale per scopi militari, aprendo ad una collaborazione con il Pentagono, il dipartimento della Difesa. Tutto nel giro di una settimana. Una svolta apparentemente netta per l’azienda che anni fa si era presentata al mondo con il motto «don’t be evil», non fare il cattivo. Il motto ufficiale è cambiato da un po’ ma l’accelerazione dei giorni scorsi faceva impressione lo stesso. Al chè uno dei 180 mila dipendenti dell’azienda di Mountain View è andato sulla bacheca interna – Memegen, un generatore di meme aziendali -, ha postato l’immagine di un soldato nazista e ha chiesto: «Siamo diventati noi i cattivi?».

La risposta però è un’altra domanda: quando è successo? E perchè non ce ne siamo accorti prima?

Oggi è troppo facile prendersela con il web e con i social, ma un tempo non era così. Era tutto un coro che inneggiava alle «magnifiche sorti e progressive» del digitale. Ancora all’inizio del 2009, intervistata per i suoi 100 anni, la scienziata Rita Levi Montalcini scolpiva una epigrafe: «La più grande invenzione del ‘900? E me lo chiede? Internet». Ecco, per lei non c’era neanche bisogno di chiederlo: la più grande invenzione del secolo passato non erano la penicillina o i vaccini; non erano gli aerei o il cinema. Era Internet, ovviamente.

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Questo era lo zeitgeist, lo spirito del tempo. Se quella che abbiamo vissuto per un paio di decenni è stata davvero una allucinazione collettiva o se invece ad un certo punto chi dava le carte ha truccato il mazzo, proveremo a scoprirlo; ma intanto va riconosciuto che ci siamo cascati tutti o quasi. Persino papa Francesco. É accaduto il 23 gennaio 2014, in occasione della Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, quando definì Internet – addirittura – «un dono di Dio». L’espressione non era nuova e non era del pontefice, ma del cinese Liu XiaoBo che nel 2010, mentre era in carcere, aveva vinto il premio Nobel per la Pace. Liu XiaoBo era un importante intellettuale che aveva insegnato in diverse università occidentali: tornato in Cina nel 1989 per sostenere la rivolta di piazza Tienanmen, aveva fatto avanti e indietro in carcere diverse volte, fino al 2009, quando ci entrerà per uscire solo prima di morire di cancro, nel 2017. Nel suo ultimo testo da uomo libero il professore aveva definito Internet «un dono di Dio per la Cina», e si capisce perché: perché doveva sembrargli l’unico strumento per superare la censura e comunicare liberamente (non aveva intuito che invece, al riparo della Grande Muraglia cibernetica, il regime stava costruendo un sistema di sorveglianza di massa come non si era mai visto prima).

Quell’espressione, «dono di Dio», che inizialmente era appunto circoscritta alla situazione cinese, grazie al documento del papa divenne universale. Un dono di dio, per tutti. Per tutti forse, ma non per sempre. Qualche giorno fa, sempre nella Giornata delle comunicazioni sociali, stavolta il pontefice ha invertito la rotta. Ha detto che i sistemi digitali «profilandoci secondo le logiche del mercato modificano la nostra percezione della realtà». E ancora, a proposito delle interazioni sui social: «Sembra allora che individuare un nemico contro cui scagliarsi verbalmente sia indispensabile per affermare sé stessi. E quando l’altro diventa nemico, quando si oscurano il suo volto e la sua dignità per schernirlo e deriderlo, viene meno anche la possibilità di generare speranza». Tutti i conflitti «trovano la loro radice nella dissolvenza dei volti». Un dono di Dio? Non più.

Eppure non doveva andare così. Internet e il web non erano nati con questo scopo. E per moltissimo tempo sono sembrati il più formidabile strumento di progresso dell’umanità dai tempi dell’invenzione della carta stampata o dell’elettricità. Gli esempi sono moltissimi, ma uno fu addirittura in mondovisione, davanti a novecento milioni di persone. Nel 2012, alla cerimonia di apertura dei giochi olimpici di Londra, fra la regina d’Inghilterra e James Bond a un certo punto, in mezzo allo stadio, era apparso un signore di mezza età dinoccolato, appena impacciato, che sul suo personal computer aveva scritto «world wide web». E poi aveva aggiunto: «And this is for everyone», è per ciascuno di voi. Era Tim Berners Lee, il fisico che nel 1989, a 34 anni, mentre stava al Cern di Ginevra come stagista, nel tempo libero aveva scritto i protocolli del web e li aveva letteralmente donati al mondo perché il mondo fosse migliore. Non so se Internet è stato davvero un dono di Dio, ma il web è stato sicuramente un dono di Tim Berners Lee. Un clamoroso atto di generosità.

Alcuni sottolineano che in realtà la realizzazione di una rete di computer tramite la quale le persone potessero dialogare all’inizio aveva avuto lo scopo di dotare gli Stati Uniti di uno strumento per resistere in caso di attacco nucleare sovietico. L’idea era disporre di una rete che continuasse a funzionare anche se un nodo veniva distrutto. Ma se questa era l’origine dei fondi del progetto di ricerca governativo da cui prese il nome la prima rete che poi diventerà Internet (Arpanet, ovvero Advanced Research Project Agency Network); non era certamente militare lo spirito che animava i pionieri che fecero l’impresa «andando a letto tardi», come titola il più dettagliato libro sulla storia di Internet (Where the Wizards Stay Up Late). In loro c’era piuttosto la visione utopica di Xanadu, ovvero la creazione di un grande archivio digitale del sapere del mondo di cui si era iniziato a favoleggiare all’inizio degli anni ‘60. Sembrava utopia pura, ma poi l’hanno fatto davvero.

Come è noto il primo storico collegamento avvenne, sulla costa Ovest degli Stati Unuti, alle 10 e 30 di sera del 29 ottobre 1969. Il messaggio per errore fu semplicemente «Lo», al posto di «Login», perchè il viaggio del primo «pacchetto di dati» dall’università della California a Los Angeles (Ucla) al Centro di Ricerca di Stanford (Sri), cinquecento chilometri appena, si interruppe. Ma a ripensarci oggi era profetico: «Lo», in inglese si usa nell’espressione «Lo and Behold», ovvero «guarda e trattieni il fiato» (sottotesto: che sta per cambiare tutto). A capo del team c’era un ingegnere elettrico, che ai tempi aveva 35 anni, Leonard Kleinrock. Mezzo secolo più tardi, quando gli utenti di Internet nel mondo avevano superato il muro dei quattro miliardi e gli effetti collaterali, non tutti benefici, della rivoluzione digitale iniziavano ad essere evidenti, un giornalista del New York Times lo andò a trovare per festeggiare l’anniversario e invece di un trionfatore pronto a condividere gli aneddoti migliori, trovò un anziano signore afflitto dai sensi di in colpa. Disse: «Eravamo soltanto un gruppo di ingegneri che doveva risolvere un problema, non pensavamo mai che un giorno questa cosa sarebbe stata guidata dal profitto, e infatti non brevettammo nulla». Neanche loro, come Tim Berners Lee. E poi ha ammesso sconsolato:«Il lato oscuro di Internet noi non lo abbiamo visto arrivare, non faceva parte della nostra mentalità».

Il «lato oscuro di Internet» rimanda alla celebre risposta che nel 2010 il guru del mitico Medialab del Mit di Boston Nicholas Negroponte diede ad un giornalista: «Il lato oscuro di internet? É non averlo». Un’altra epigrafe. Altro che diritto alla disconnessione, altro che appelli a tenere gli schermi lontani dai bambini, altro che fake news. Quelli erano gli anni in cui l’obiettivo principale di tutti i governi era portare la banda larga ovunque e Internet da molti veniva considerato addirittura un diritto costituzionale. Quell’anno un giurista raffinato come Stefano Rodotà, grande conoscitore della Rete, avanzò la proposta di modificare l’articolo 21 della Costituzione aggiungendo un comma, questo: «Tutti hanno eguale diritto di accedere alla rete Internet, in condizione di parità, con modalità tecnologicamente adeguate e che rimuovano ogni ostacolo di ordine economico e sociale». (La proposta non venne mai approvata, ma quell’articolo aprirà il «Bill of Rights» che una commissione della Camera dei deputati varò qualche anno dopo, e se ne tornò a parlare nel 2019 quando il premier Giuseppe Conte disse che esisteva «un diritto a Internet gratis» e il vice premier Di Maio si lanciò in una strampalata proposta «per garantire a tutti 30 minuti gratuiti al giorno». Chiusa parentesi).

Chiariamo: la sbornia tecno ottimista non fu un problema italiano ma generalizzato. Persino le Nazioni Unite nel 2012 avevano approvato una risoluzione in questo senso. E poi c’erano gli Stati Uniti a guidare questa rivoluzione, filosofica prima ancora che tecnologica: nel 2008 Barack Obama era diventato il primo presidente a usare sistematicamente la rete e i social per fare la campagna elettorale dando a quegli strumenti un’aura di santità. «Sono stato il primo presidente digitale, si può tranquillamente argomentare che non sarei stato eletto senza i social network», ha ricordato Obama un paio di anni fa. Ma va detto che i social di allora non erano ancora diventati lo stesso strumento che poi porterà due volte Donald Trump alla Casa Bianca. La profilazione degli utenti e la segmentazione sistematica dei contenuti per privilegiare quelli che generano paura e rabbia, non esistevano. La «grande strategia social» di Obama in pratica fu la creazione di un sito web e la raccolta, tramite Facebook, di donazioni e l’organizzazione dei volontari. Tutto qui. Il suo profilo Twitter, dove ebbe subito milioni di follower, non era una clava per attaccare gli avversari, ma uno strumento molto istituzionale. Per i primi tre anni lo maneggiò soltanto il suo team di comunicazione. Il primo tweet autentico, siglato «Bo», è addirittura del 2011, in occasione della Festa del papà: «Being a father is sometimes my hardest but always my most rewarding job…». In tutto 122 caratteri che il New York Times celebrò con un articolo festoso manco fosse una poesia di Allen Ginsberg.

Fu grazie all’effetto Obama che nel mondo si iniziò a parlare di «tech democracy». di una nuova stagione della democrazia potenziata da Internet, il cosiddetto «open government», governo aperto, aperto alla partecipazione diretta dei cittadini e al loro controllo (da cui, in Italia, la deriva grillina con le dirette streaming di ogni riunione e la raccolta degli scontrini delle spese degli eletti). La paladina di questa visione era Beth Noveck, una giovane professoressa del New Jersey che aveva pubblicato un saggio intitolato: «Il governo wiki: come la tecnologia può migliorare il governo, rafforzare la democrazia e rendere i cittadini più potenti». Ero presente nel 2011 a New York quando ad un summit infiammò una piccola folla di idealisti con queste parole: «La prossima grande innovazione in democrazia? La tecnologia». Capita a molti di fare previsioni che si rivelano sbagliate, questo è un caso di scuola.

Da allora infatti è cambiato tutto e non come avevamo previsto. Sono pochissimi quelli che possono salire in cattedra, guardare il disastro che ci circonda e vantarsi: «Ve l’avevamo detto». Sono pochi: lo scrittore bielorusso Evgeny Morozov e qualcun altro. Gli altri sembrano sperduti, increduli. Lo stesso Barack Obama, nel 2022, parlando ad un convegno all’università di Stanford sull’impatto della tecnologia sulla democrazia, anche se il suo amico Joe Biden aveva bloccato la rielezione del «campione del mondo di Twitter» Donald Trump, aveva ormai smesso i panni del pifferaio magico digitale. Quel giorno, dopo un discorso molto critico sulle distorsioni della realtà create dagli algoritmi dei social, Obama ha concluso: «Vogliamo accettare il declino della nostra democrazia o vogliamo provare a fare di meglio?». Un dilemma con un forte contenuto di ottimismo, perché presuppone l’idea che sia ancora possibile fare reverse engineering e tornare indietro.

Forse sì. Ma per farlo occorre rispondere alla domanda iniziale: cosa, esattamente, è andato storto?

10 marzo 2025 ( modifica il 11 marzo 2025 | 08:17)

Facebook, da accogliente ritrovo di vecchi amici a luogo di «distorsione collettiva della realtà»: cosa è andato storto

di Riccardo Luna

In origine era un luogo piacevole, dove imperava la gentilezza (del resto si era tra amici). La rivoluzione inizia con l’arrivo diSheryl Sandberg. Poi l’introduzione dei Like e infine il colpo di grazia: l’EdgeRank, «la formula che lo rende ancora più intrigante» e una vetrina sul mondo sempre più distorta

Facebook, da accogliente ritrovo di vecchi amici a luogo di «distorsione collettiva della realtà»: cosa è andato storto

Cos’è andato storto?

Come è successo che il primo social network, nato per«il libro delle facce» che aveva lo scopo di riunire vecchi amici e creare rapporti virtuali con nuovi sia diventato una vetrina che distorce la realtà? Quand’è, precisamente, che la storia è cambiata?

Ecco la seconda puntata di una serie che proverà a rispondere a questa domanda. Trovate qui la prima, mentre da martedì 25 marzo sarà online la terza.

Eppure Facebook non è sempre stato così. Ricordate com’era all’inizio, quando divenne disponibile a tutti? Era il 26 settembre 2006 e, oggi lo possiamo dire, fu davvero l’inizio di una nuova era. Prima, per oltre diciotto mesi, “Thefacebook” (questo il nome originario: il libro delle facce, quello che nelle scuole americane ha le facce di tutti gli studenti), prima era stato solo un progetto studentesco. Al debutto, nel febbraio 2004, era aperto solo per gli studenti di Harvard, l’università dove Mark Zuckerberg studiava; poi si era allargato a Stanford, Columbia e Yale e ad altri atenei della Ivy League, l’esclusiva costa nord orientale degli Stati Uniti. Ebbe subito una crescita esponenziale, sebbene disponesse di un target così circoscritto: alla fine del primo anno aveva già raggiunto l’incredibile traguardo di un milione di utenti; allora si era aperto alle scuole superiori di tutto il mondo (ottobre 2005) e solo il 26 settembre 2006 aveva aperto le porte «a chiunque avesse più di 13 anni e un valido indirizzo email». Come adesso.

Di fatto insomma Facebook come lo conosciamo ha meno di venti anni e all’inizio era molto, ma molto diverso. Com’era? Era un posto normale, addirittura piacevole; accogliente, eccitante a volte, ma nel senso migliore del termine. Per esempio era eccitante ritrovare all’improvviso vecchi compagni di scuola che si erano persi di vista una vita fa e che improvvisamente erano solo ad un clic di distanza: bastava cliccare sul pulsante «add as a friend, aggiungi come amico» per far tornare indietro il calendario e rivivere i bei tempi («che fine hai fatto?», un tormentone). Oltre a ciò, presto ci abituammo al rito quotidiano di partecipare ad appassionanti discussioni con gli amici e con gli amici degli amici sulla qualunque senza timore di essere sbranati al primo errore o al primo dissidio come accade adesso. La vita social era ancora un mondo nuovo e ci si addentrava nelle bacheche digitali degli altri in punta di piedi, con circospezione e un vago senso di rispetto. Non si ricordano grandi liti e non avevamo bisogno di bloccare legioni di troll per vivere sereni: certo, il tempo potrebbe averci fatto idealizzare quel periodo, è possibile; ma oggi si ha quasi la certezza che su Facebook imperasse una regola, o meglio, una postura che col tempo si è completamente perduta: la gentilezza. Del resto stavamo fra amici, perché non avremmo dovuto essere gentili?

Inoltre non aggiungevamo «amici» alla nostra rete solo per fare numero e diventare degli influencer con tanti followers, anzi gli influencer neppure esistevano, sarebbero arrivati con Instagram; e i follower c’era ma stavano solo su Twitter, un’altra storia. E soprattutto non scrivevamo post andando a compulsare ogni mezz’ora le visualizzazioni che oggi misurano il nostro successo digitale, qualunque cosa questo significhi, anche perché non erano ancora in mostra e quindi non c’era questa gara quotidiana che facciamo con noi stessi e gli altri per far salire il nostro contatore digitale come se la vita fosse diventata il flipper con cui giocavamo da giovani. Non dico che fossimo migliori prima, assolutamente no, ma sicuramente c’era in rete un minor narcisismo. Non era una nostra scelta, sia chiaro, il narcisismo è un tratto ineliminabile della natura umana; ma non veniva alimentato dalla tecnologia, non veniva incoraggiato. E questa cosa avveniva by design: la piattaforma infatti non era stata progettata per il culto della nostra personalità e neanche per sfruttare le nostre vulnerabilità psicologiche (e far diventare in tal modo sempre più ricchi il fondatore e i suoi azionisti).

Ma ad un certo punto la storia, di Facebook ma anche la nostra, è cambiata. Anzi, non è soltanto cambiata. Si è ribaltata. Quando? Forse la prima svolta c’è stata il 24 marzo 2008 quando Mark Zuckerberg assunse Sheryl Sandberg e praticamente le diede il timone dell’astronave che stava costruendo nominandola chief operating officer. Ovvero il mega direttore di tutte le operazioni, subordinata soltanto al fondatore e capo supremo («capo supremo» non è una esagerazione: all’epoca il biglietto da visita di Mark recava l’amabile scritta «I’m the Ceo, bitch!», che potremmo tradurre come «sono io il capo, testa di cazzo!»). Per dare un’idea dell’impatto che ebbe l’arrivo di Sandberg sull’azienda, se guardiamo al fatturato e al profitto, Facebook oggi è mille volte più grande di come era quando fu assunta. Immaginate un paese che in meno di venti anni aumenti il suo Pil e il suo surplus di bilancio di mille volte. Mille volte: accade solo se improvvisamente nei tuoi confini scopri una gigantesca miniera d’oro o un giacimento di petrolio. E in effetti è successo proprio questo. A Facebook ancora non lo sapevano ma nei server da dove erogavano un servizio gratuito globale che presto sarebbe diventato essenziale, stavano per trovare un nuovo tipo di petrolio: i nostri dati.

Torniamo alla primavera del 2008. Nel quartier generale, che ai tempi stava ancora Palo Alto (il trasferimento a Menlo Park sarebbe avvenuto più tardi), c’erano in tutto poco più di duecento giovanissimi nerd, o se preferite, smanettoni, compreso «Zuck», che giravano nei corridoi in felpa col cappuccio e infradito; e poi c’era Sheryl Sandberg che era un po’ «l’adulto nella stanza». Lei aveva 39 anni, Zuckerberg 23: non era come una mamma quindi, ma sicuramente come una sorella maggiore. Fino a qualche mese prima era stata uno dei vice presidenti di Google dove aveva contribuito a costruire il motore commerciale di quella impressionante macchina di soldi che era diventata l’azienda di Mountain View, la cittadina della Silicon Valley dove ha sede Google.

La leggenda narra che Mark e Sheryl si siano conosciuti ad una festa di Natale nel 2007. Lei aveva da poco lasciato il lavoro ed era in cerca di una nuova sfida, lui si stava chiedendo come fare a monetizzare il successo travolgente della sua startup, ovvero cosa farci di tutti quegli iscritti ad un servizio gratuito e ancora senza un modello di business. Come guadagnarci? Avevano iniziato a frequentarsi e probabilmente avevano scoperto di avere in comune il fatto di avere entrambi studiato ad Harvard, solo che lei si era laureata in economia summa cum laude e con la menzione di miglior studente dell’anno; mentre Zuckerberg aveva lasciato gli studi subito dopo aver lanciato Facebook (la laurea ad Harvard l’avrebbe però presa dieci anni più tardi, honoris causa, quando era già uno degli uomini più potenti del mondo. Una laurea in legge che per uno che si è sempre vantato di infrangere le regole – «move fast and break things» era il suo motto – oggi appare davvero fuori luogo).

Avevano in comune anche la conoscenza con il leggendario economista Larry Summers, che oggi, dopo un lunghissimo cursus honorum, è presidente di OpenAI, la più importante startup di intelligenza artificiale del mondo, quella di Sam Altman e ChatGpt. Nel 1991 Summers era stato il relatore della tesi di laurea della giovane Sandberg rimanendo folgorato dal talento di lei; e così quando divenne Segretario del Tesoro, con Bill Clinton alla Casa Bianca, la nominò chief of staff (la famosa rete di contatti che la Sandberg mise al servizio di Facebook fu creata in quegli anni a Washington). Finita la stagione della politica, Summers tornò ad Harvard come presidente e stava ancora lì mentre Zuckerberg nella sua cameretta aveva appena creato “thefacebook”; e cosi quando i gemelli Winklevoss andarono da lui a protestare dicendo che Mark gli aveva rubato l’idea!, il professore li liquidò con la famosa frase: «I giovani non vengono qui per trovare un lavoro, vengono qui per inventarsi un lavoro» (o almeno questo è ciò che lo sceneggiatore Aaron Sorkin gli fa dire nel film The Social Network, uscito nel 2010).

Erano gli anni in cui pensavamo che le startup, grazie alla rivoluzione digitale, avrebbero creato tutta l’occupazione di cui avevamo bisogno dando a tutti un’economia più prospera e un mondo migliore. Internet era ancora «un’arma di costruzione di massa» e di questa nuova religione Mark Zuckerberg era uno degli apostoli più brillanti.

Internet, da «dono di Dio» a pericolo per la democrazia: cosa è andato storto?

Approfondimento

Internet, da «dono di Dio» a pericolo per la democrazia: cosa è andato storto?

Ma sto divagando. Torniamo alla trasformazione di Facebook. Se l’arrivo della Sandberg fu la prima mossa, la seconda fu la creazione del tasto «like, mi piace», che debuttò sulle nostre bacheche digitali undici mesi più tardi, il 9 febbraio 2009. Sembrava soltanto una nuova cosa carina in realtà era molto di più. Il successo commerciale di Google lo aveva dimostrato: se è vero che i dati degli utenti erano il nuovo petrolio – perché consentivano di profilarci meglio in cluster da rivendere agli inserzionisti pubblicitari che così possono mostrare i loro annunci solo a chi è realmente interessato -, serviva uno strumento attraverso il quale fossimo portati ad esprimere le nostre preferenze in continuazione. Uno strumento attraverso il quale far sapere, registrare, ogni giorno cosa ci piaceva e cosa no. Chi siamo davvero.

Si narra che fu Mark Zuckerberg in persona a inventare «il pollice blu» mentre il suo team dibatteva su quale immagine associare al gradimento di un post senza che l’utente scrivesse soltanto «mi piace, sono d’accordo» (cosa che ai tempi rendeva la sfilza di commenti troppo monotona per essere minimamente eccitante). Qualcuno aveva proposto l’immagine di una bomba con la miccia accesa, un altro la scritta «awesome, fantastico»; ma Zuckerberg che ha il mito dell’Antica Roma, che considera Enea «il primo startupper della storia» e che si sente un po’ un nuovo Cesare Augusto, se ne uscì col pollice, come quello che l’imperatore al Colosseo poteva girare verso l’alto o verso il basso determinando la sorte del gladiatore. Sul significato del pollice si è poi scoperto che ci sono alcuni falsi miti (miti che il film il Gladiatore ha confermato) ma non è questa la sede per parlarne: qui ci serve soltanto aggiungere un mattoncino alla storia di Facebook e dei social network.

La trasformazione dei social network in un Colosseo quotidiano inizia lì, con l’introduzione del tasto «mi piace».

La terza mossa fu l’introduzione di EdgeRank, letteralmente «la classifica delle interazioni» fra noi utenti e i post. In pratica si tratta dell’algoritmo che per anni ha deciso quali post ciascuno di noi avrebbe visto ogni volta arrivando sulla piattaforma. All’inizio per Facebook, e per tutti gli altri social, l’unico criterio era cronologico: il nostro «feed», il flusso di post che ci venivano proposti, era temporale. In pratica vedevamo quello che gli amici avevano pubblicato in ordine cronologico. Ricordate quando postavamo la foto del cappuccino e del cornetto per dare il buongiorno a tutti, anzi il «buongiornissimo», e tutti i nostri amici la vedevano? Ecco, da tempo non è più così. Quello era il Facebook degli inizi. Oggi quello che vediamo lo decide un algoritmo e lo fa in base ad altri criteri. E ad altri obiettivi, che non sono esattamente «connettere tutte le persone del mondo» come ci è stato ripetuto fino allo sfinimento. Ecco perché non vediamo più tanti cappuccini e cornetti.

Quando si usa la parola algoritmo molti pensano a qualcosa di misterioso, di esoterico o religioso, addirittura: «L’ha deciso l’algoritmo!», diciamo, come se fosse una divinità. Ma volendo semplificare molto, l’algoritmo è soltanto una formula o, meglio, una ricetta, predisposta da un essere umano per automatizzare certi processi ed essere certi che si producano certi risultati. Per esempio la ricetta della pasta alla carbonara (pancetta+uova+pecorino) è una specie di algoritmo: indica gli ingredienti, le quantità e l’ordine in cui vanno aggiunti e anche il modo in cui vanno trattati (cucinati, sbattuti, soffritti eccetera).

La ricetta di EdgeRank è questa: affinità moltiplicata per il peso moltiplicati per il tempo (o meglio, l’invecchiamento di un post).

Seguitemi perché così finalmente capiamo cosa abbiamo visto sui social fin qui. L’affinità, o l’affinity score (u) calcola quanto l’utente è interessato ad un altro utente e quindi valuta quando e come ha interagito in passato con i contenuti che l’altro ha postato; è un fattore unidirezionale, nel senso che il suo valore aumenta anche se uno legge sempre i post dell’altro e l’altro non ricambia e non ne guarda nemmeno uno. Esempio: se io seguo una star ma quella non sa nemmeno chi sono, io vedrò tutti i post della star e non accadrà il contrario. Il secondo fattore, weight (w) è il peso ed è probabilmente il più importante: misura il tipo di interazione che abbiamo avuto in passato con certi contenuti: hai commentato o condiviso un post su un certo argomento? Quando in rete ci sarà un altro post sullo stesso argomento, questo valore aumenterà. Nel “peso” sono contenute un sacco di altre variabili fondamentali, ma ci torniamo dopo. Il terzo fattore è il tempo, o meglio l’obsolescenza, time decay (d), ed è molto intuitivo: più un post è vecchio è meno è rilevante (ma se improvvisamente dopo tanto tempo per qualche ragione quel post torna attuale, il “time decay” si azzera).

Eccola insomma, la formula di EdgeRank («la misteriosa formula che rende Facebook ancora più intrigante» come titolò allegramente un importante blog della Silicon Valley quando venne presentata al pubblico, il 22 aprile 2010):

Σuwd

Per un decennio EdgeRank è stato il pannello di controllo delle nostre vite social: a Menlo Park in qualunque momento potevano decidere di farci vedere più foto e meno video, più news e meno storie, più gattini e meno cappuccini, semplicemente usando quell’algoritmo. EdgeRank è stato il regolatore di buona parte del traffico online e quindi in un certo senso delle nostre vite con effetti di cui ancora oggi paghiamo le conseguenze. I danni collaterali. Il problema non è aver visto più o meno inserzioni pubblicitarie in target con i nostri gusti; quel fatto può persino essere sensato, comodo. Il problema è stata una progressiva distorsione dell’idea di mondo che abbiamo e che è tracimata dall’ambito dei social network contagiando anche istituzioni, i famosi produttori di contenuti e informazione, che avrebbero dovuto essere invece i garanti della «verità dei fatti».

Prendiamo i giornali: per alcuni anni gran parte del traffico ai siti web dei giornali arrivava da Facebook. Ci sono addirittura testate online che sono nate e hanno prosperato sul presupposto di avere dei contenuti «adatti a Facebook». Questo dipendeva – semplificando un po’ – dal fatto che nell’algoritmo di EdgeRank era stato dato più peso alle news rispetto per esempio ai contenuti postati «dagli amici». Non era un caso, si trattava dell’attuazione di precisi accordi commerciali con gli editori i quali prima avevano minacciato di fare causa a Facebook per farsi pagare il traffico legato alle news condivise sulle nostre bacheche; e poi si erano convinti che fosse meglio «scendere a patti con il nemico» e portare a casa qualche soldo e un po’ di traffico. Epperò questa cosa ha anche cambiato la natura stessa dei giornali, li ha fatti diventare altro: per intercettare porzioni di traffico sempre maggiori, indispensabili a sopravvivere visto che nel frattempo Google e Facebook si spartivano la stragrande maggioranza degli investimenti pubblicitari online, i giornali si sono facebookizzati, hanno cercato di fare contenuti adatti all’algoritmo di Facebook. Risultato: per troppo tempo l’obiettivo di molte redazioni è stato fare contenuti “virali”. E quindi largo a titolazioni “clickbait”, che portavano il lettore a cliccarci sopra promettendo un contenuto che in realtà non c’era o era stato molto esagerato; e soprattutto predilezione per contenuti “estremi”, scelti solo per catturare la nostra attenzione.

Finchè è durata, ovvero fino a quando Mark Zuckerberg ha decretato che le news non gli interessavano più e quindi le ha declassate toccando una manopola del suo algoritmo («i nostri utenti non vengono da noi per le news o per i contenuti politici», 1 marzo 2024), i siti web dei giornali presentavano ogni giorno una sfilza di delitti più o meno efferati manco fossimo a Gotham City. Chiariamo: la cronaca nera è da sempre molto “virale”, attira l’attenzione, non è colpa di Facebook certo; ma il risultato di questa corsa dei giornali a privilegiare contenuti “adatti a Facebook” ha creato la percezione, falsa, di vivere in un mondo molto più pericoloso di quello che in realtà è. Giorno dopo giorno “l’allarme sicurezza” è entrato nelle nostre vite, è diventato lo sfondo delle nostre giornate, la colonna sonora dei nostri pensieri, sebbene la realtà fosse non leggermente diversa ma esattamente il contrario. E questo ha contribuito al successo di quei partiti politici che hanno deciso di lucrare su una paura largamente infondata («Fuori ci sono i barbari, vi proteggiamo noi. Alziamo dei muri, chiudiamo le frontiere e comprimiamo un po’ di libertà personali in nome dell’ordine pubblico»).

É bene fermarsi su questo punto perché è decisivo. Viviamo davvero in un mondo sempre più pericoloso (Trump a parte)? Lo scorso anno in Italia gli omicidi sono stati circa 300, quasi uno al giorno. Sono tanti? Sono pochissimi. Venti anni fa erano circa il doppio; quarant’anni fa il quadruplo. Nella storia d’Italia non sono mai stati così pochi e quel dato, paragonato al totale della popolazione, è uno dei più bassi al mondo. Uno-dei-più-bassi-al-mondo. Lo sapevate? Probabilmente no. Gli omicidi sono in calo netto anche nell’Unione europea (circa 4000 mila lo scorso anno, erano 13 mila nel 2004); e sono rimasti stabili negli Stati Uniti sebbene siano in calo rispetto a quarant’anni fa (da 20 mila a 16 mila). Restando all’Italia la stessa dinamica si verifica per i furti, (meno 30 per cento rispetto al 2004); per le rapine (dimezzate nello stesso periodo di tempo); e per i morti per incidenti stradali (meno 70 per cento).

Non va tutto bene, ovviamente: sono in forte crescita le truffe, soprattutto quelle online; sono sostanzialmente stabili i morti di cancro, nonostante i progressi della scienza; e non calano i suicidi e questo ci dice qualcosa sul mondo in cui viviamo e su come lo percepiamo. Ma ci torneremo. Prima fissiamo questo concetto: Facebook e la facebookizzazione di molti giornali hanno creato l’errata percezione di un allarme sicurezza che nei numeri non esiste o – quantomeno – non nella misura percepita. É un esempio della famosa «distorsione collettiva della realtà» di cui parla il papa.

Perché è successo? Per capirlo è necessario introdurre un altro protagonista di questa storia: l’engagement.

Cos’è andato storto?

La seconda puntata di una serie che proverà a rispondere a questa domanda. Da martedì 25 marzo sarà online la terza puntata .

17 marzo 2025

Il business della rabbia: da TikTok a Facebook, quando l’algoritmo gioca con il nostro cervello. Cosa è andato storto?

di Riccardo Luna

Engagement e dopamina: le bugie non le ha inventate Mark Zuckerberg, il problema è che le «verità alternative» vengono automaticamente spinte, favorite e rilanciate dagli algoritmi dei social. Perché aumentano la«partecipazione» degli utenti più di una cosa vera, noiosamente vera

Il business della rabbia: da TikTok a Facebook, quando l’algoritmo gioca con il nostro cervello. Cosa è andato storto?

Cos’è andato storto?

Come è successo che Mark Zuckerberg, da amato «Re del mondo», ha deciso di abbandonare «inutili questioni etiche» in nome del solo profitto? Quand’è, precisamente, che la storia è cambiata?

Ecco la terza puntata di una serie che proverà a rispondere a questa domanda. Trovate qui la prima e qui la seconda, mentre da martedì 1 aprile sarà online la quarta.

«Stiamo costruendo davvero il mondo che vogliamo?». Il 16 febbraio 2017 Mark Zuckerberg si fece pubblicamente questa domanda postando sul suo profilo social un lungo documento (quasi seimila parole) intitolato «Building Global Community», costruire una comunità globale. Non era il solito post di marketing, era più ambizioso, era come il messaggio a rete unificata del «re del mondo» nel momento del suo massimo splendore e subito prima che una formidabile tempesta lo investisse, facendolo vacillare. Era «il Manifesto di Mark» come lo ribattezzò con un certo sarcasmo la più importante giornalista della Silicon Valley, Kara Swisher, una che Zuckerberg lo aveva seguito fin dagli esordi e che non si era mai fidata davvero delle sue buone intenzioni (diffidenza rivendicata recentemente quando lo definirà: «Uno degli uomini più pericolosamente imprudenti della storia della tecnologia»).

In quel momento Zuckerberg era una sorta di semidio e sembrava onnipotente. Esattamente un anno prima, nel febbraio 2016, Facebook aveva introdotto le emojis (le faccine per esprimere rabbia, tristezza, stupore, divertimento e innamoramento) che si aggiungevano al tasto «mi piace». Anche grazie a quei nuovi strumenti per catturare dati personali e raffinare il nostro profilo psicologico, il fatturato quell’anno aveva sfiorato i 30 miliardi di dollari con oltre 10 miliardi di profitti. Tecnicamente le aziende di questo tipo, con questa marginalità straripante, vengono definite cash machine, macchine per creare soldi. Gli utenti erano quasi due miliardi, vuol dire che un abitante del pianeta su quattro aveva un profilo attivo; senza contare che nel 2012 Zuckerberg si era comprato quello che appariva come l’unico vero rivale, Instagram; e, due anni dopo, anche il più potente servizio di messaggistica, Whatsapp. Ai tempi girava una cartina del mondo dove in blu erano indicati i paesi in cui Facebook era il social network più usato: a parte la Russia, la Cina e un paio di altri Stati minori, il mondo era tutto blu. Blu Facebook. Per uno cresciuto con il mito dell’impero romano e della «pax augustea» di duemila anni fa, quella mappa valeva come una corona di alloro. Ave Zuck!

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Bill Gates ancora lo adorava e non era una credenziale da poco: anche se aveva lasciato da un pezzo la guida di Microsoft, era sempre l’uomo più ricco del mondo e, dopo la morte di Steve Jobs, l’esponente più autorevole di quella che chiamiamo, per semplicità, la Silicon Valley. Di Elon Musk non c’era neanche l’ombra. Zuckerberg invece era appena diventato il sesto in quella classifica di ricconi ed era già il più giovane miliardario di sempre. In un’intervista televisiva fatta qualche settimana prima del «Manifesto», Gates gli aveva ribadito la sua stima incondizionata: «La capacità di Mark di immaginare come le cose si svilupperanno e costruire un team per realizzare la sua visione è abbastanza fenomenale». E l’amministratore delegato della Disney, Robert Iger, parlando con un giornalista di Fortune, non aveva trattenuto una ammirazione che vista oggi appare davvero superficiale ma che riflette perfettamente lo spirito del tempo. «La sua determinazione per rendere il mondo più aperto è davvero una missione eroica». Eroica, disse proprio così. No, Zuckerberg quello che faceva non lo faceva per soldi, lo faceva perché voleva costruire un mondo migliore: era un eroe.

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Internet, da «dono di Dio» a pericolo per la democrazia: cosa è andato storto?

Nulla sembrava poter fermare la sua corsa. Anche in senso letterale. Nel 2016 aveva lanciato una nuova challenge. Era una abitudine che aveva preso dal 2009: annunciare al mondo la sua «sfida dell’anno». Una volta per esempio la sfida era stata imparare il mandarino, la lingua parlata dal settanta per cento dei cinesi. Lo aveva fatto davvero. Nel 2016, oltre «a costruire una intelligenza artificiale per gestire la casa che funzioni come quella di Iron Man» (di cui si sono perse le tracce), la sfida era «correre 365 miglia incontrando più persone possibile in giro per il mondo». Anche questo lo aveva fatto, naturalmente, e lo aveva fatto a modo suo. All’inizio dell’estate aveva postato una foto mentre correva a piazza Tienanmen, a Pechino, ignorando deliberatamente qualunque riferimento al movimento per la democrazia che lì si era radunato per settimane, nel 1989, prima di venire brutalmente soppresso («t’s great to be back in Beijing! I kicked off my visit with a run through Tiananmen Square, past the Forbidden City and over to the Temple of Heaven»). E il 29 agosto aveva corso attorno al Colosseo. A pochi chilometri di distanza, ad Amatrice, c’era appena stato un terribile terremoto e Zuckerberg, in un incontro con gli studenti universitari della LUISS con le domande approvate prima dal suo ufficio stampa, aveva promesso pubblicamente che avrebbe aiutato le popolazioni colpite dal sisma (un eroe!, appunto). Poi era stato ricevuto dal presidente del Consiglio Matteo Renzi, suo grande fan, che gli aveva donato una antica copia del «De Amicitia» di Cicerone; e addirittura da papa Francesco con il quale – recita il comunicato ufficiale -, aveva parlato di come la tecnologia avrebbe potuto «alleviare la povertà». Le Nazioni Unite di Facebook sembravano ad un passo.

Oggi si fa fatica a ricordarlo così, ma Zuckerberg era davvero una star globale, amata e ammirata con rare eccezioni. Eppure quando sui social apparve il suo «Manifesto», nel febbraio 2017, qualcosa stava per cambiare radicalmente. E non solo per lui ma per tutti noi. Intanto alla Casa Bianca era appena arrivato Donald Trump: era il primo Trump, rispetto a quello odierno era nulla, ma allora per molti fu uno choc. In quei giorni ancora non si sapeva molto del problema delle notizie false in rete (chiamate «fake news» anche in Italia, ormai), della propaganda russa e di Cambridge Analytica, la società che utilizzando surrettiziamente i dati di Facebook durante la campagna elettorale aveva creato i profili psicologici di duecento milioni di elettori americani per convincerli, con messaggi personalizzati, a votare Trump (o a non votare Hillary Clinton, in molti casi). Lo scandalo scoppierà nel 2018. Ma che qualcosa nei social network fosse diverso da prima iniziava ad essere evidente ai più avveduti. E qualcuno iniziava a pentirsi dell’entusiasmo di un tempo. Fra questi, Barack Obama.

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Facebook, da accogliente ritrovo di vecchi amici a luogo di «distorsione collettiva della realtà»: cosa è andato storto?

Abbiamo già ricordato che il presidente uscente era stato un grande utilizzatore di Facebook per la sua attività politica ed era anch’egli uno storico ammiratore di Zuckerberg. Il momento di massima vicinanza, o almeno il più evidente, fra i due era stato un evento a Menlo Park, nel 2011. Una «town hall», una sorta di assemblea pubblica con tutti i dipendenti di Facebook. Il 20 aprile, era un mercoledì, Barack e Mark avevano dialogato sul palco come vecchi amici davanti al caminetto, anche se erano davanti a tremila persone adoranti. All’inizio Zuckerberg aveva fatto mostra di essere emozionato e aveva esordito così: «Scusate, sono un po’ nervoso oggi, abbiamo qui il presidente degli Stati Uniti». Al che Obama aveva proposto di levarsi la giacca per rendere la cosa meno formale e la sala aveva applaudito divertita. Il momento più significativo era stato quando Obama a un certo punto aveva detto (scandendo le parole come solo lui sa fare): «Quello che Facebook ci consente di fare è incredibile, non è semplicemente una comunicazione in una direzione; garantisce che non ci sono solo io che parlo a te, ma anche che tu possa rispondermi, e questo si chiama conversazione, questo si chiama dialogo». A rileggerlo oggi, quanta ingenuità.

I due avrebbero continuato a frequentarsi pubblicamente e in privato; e ad elogiarsi reciprocamente, fino al 17 novembre 2016 quando si incontrarono nel luogo più improbabile, a Lima, in Perù, al summit della Cooperazione economica asiatico-pacifica (APEC). Il secondo mandato di Obama come presidente era appena finito: le elezioni si erano svolte pochi giorni prima e lui era in carica solo per garantire una transizione senza intoppi fino al giuramento del suo successore, Donald Trump appunto. In Perù Obama e Zuckerberg si parlarono lontano dai riflettori e di quel meeting, lì per lì, nessuno seppe nulla. Ne diede notizia il Washington Post molti mesi dopo, quando il tema delle fake news sui social era esploso arrivando in cima all’agenda globale e probabilmente qualcuno dello staff dell’ex presidente ne rivelò il contenuto per marcare le distanze, per poter dire «noi lo avevamo capito che c’era qualcosa che non andava e glielo avevamo anche detto al diretto interessato». Secondo la versione del Washington Post quel giorno Obama «suonò la sveglia» al suo giovane amico. Subito dopo il voto americano infatti Zuckerberg aveva liquidato come «una follia» (disse così: «Crazy») l’ipotesi che il dilagare di contenuti falsi sui social avesse in qualche modo determinato l’esito elettorale. Allora Obama a Lima se lo prese da parte e gli disse che il problema invece c’era e andava risolto perché avrebbe potuto fare «enormi danni alla democrazia».

Di quel colloquio riservato, e così scottante, nel «Manifesto di Mark» non c’è traccia se non per un passaggio in cui si dice che «il nostro lavoro a Facebook è aiutare le persone ad avere il massimo impatto positivo mentre noi proviamo a mitigare le aree in cui la tecnologia e i social media possono contribuire a dividere le persone e isolarle». Il problema è che quella tecnologia a cui si faceva un vago cenno era diventata il cuore del social network più importante del mondo: Facebook era uno strumento implacabile per dividere le persone ed isolarle. C’era poco da mitigare. Era così che funzionava per macinare profitti.

In quell’anno accadde un altro fatto molto rilevante che contribuì ad accelerare il «cambio di destinazione d’uso» delle piattaforme digitali. A settembre dalla Cina era arrivato un nuovo social network: il suo nome era Douyin, ma dopo la fusione con la app Musical.ly, venne ribattezzato simpaticamente TikTok. All’inizio fu sottovalutato da tutti, forse perché Musical.ly era una app di video musicali più o meno scemi che gli utenti, soprattutto adolescenti, potevano registrare con lo smartphone ballando e sincronizzando le labbra con le canzoni. In realtà dietro i balletti c’era un pensiero forte. Una certa idea di mondo in cui gli algoritmi decidono per noi; non decidono soltanto quale canzone ascolteremo, come accade con Spotify; o quale strada prenderemo per non trovare traffico, come accade con Waze. Decidono cosa guarderemo, come ci informeremo e, alla fine, in cosa crederemo. Determinano la nostra «percezione della realtà» (sempre papa Francesco).

Dietro TikTok c’era soprattutto Byte Dance, una startup fondata nel 2012 dal ventinovenne Zhang Yiming con l’obiettivo di sviluppare delle piattaforme digitali totalmente gestite dall’intelligenza artificiale. Non era una novità assoluta. Nello stesso periodo anche a Menlo Park avevano introdotto il machine learning al posto dell’ormai rudimentale algoritmo di Edgerank: questo consentiva alle macchine di tenere sotto controllo circa diecimila parametri contemporaneamente per decidere quale contenuto mostrare ad ogni utente e adattarsi in tempo reale ai nostri cambiamenti e alle nostre passioni. TikTok questo approccio lo portò alle estreme conseguenze: infatti in Facebook (e Instagram) gli utenti avevano – e hanno ancora – un piccolo margine di libertà che deriva dalle persone con cui siamo in contatto, gli amici o gli utenti seguiti, a cui viene attribuito un peso nel flusso di contenuti mostrati. Ma Zhang Yiming era convinto che questa storia dell’amicizia digitale fosse sopravvalutata e, alla fine, una perdita di tempo: gli amici a volte possono essere noiosi mentre una intelligenza artificiale ben addestrata è in grado di proporre continuamente video – nota: i video comportano una minore «fatica cognitiva» rispetto ai testi – che tengono gli utenti attaccati alla piattaforma a prescindere da qualunque legame affettivo.

Quello che contava, l’unica cosa che conta ancora oggi, è l’engagement, ovvero quanto i contenuti sono capaci di ingaggiare gli utenti, di generare le loro reazioni. Ci sono molti indicatori per l’engagement: cosa commentiamo, a cosa mettiamo un like, cosa condividiamo. Ma uno è il più importante di tutti: è il tempo. L’engagement sale se un utente continua a tenere la app aperta e scrollare il prossimo video scelto apposta per lui o per lei. Ben presto si è iniziato a capire che l’opzione «For You» di TikTok aveva una capacità incredibile di vincere la partita più importante nella sfida tra i social network: quella per la nostra attenzione. Zhang Yiming era riuscito a creare un algoritmo che creava dipendenza meglio di tutti gli altri. Già nel 2020 TikTok sorpasserà Facebook per tempo trascorso sulla piattaforma da un utente medio. È stato allora, più o meno, che i social network hanno smesso di essere social, per essere solo network: macchine per l’intrattenimento personale di miliardi di persone.

Con la ricerca ossessiva dell’engagement, i social network sono entrati nel campo delle neuroscienze e della psicologia, ovvero hanno dovuto provare a capire il modo in cui funziona il nostro cervello, in cui si formano i pensieri. Si è a lungo cercato di scoprire chi fossero i neuroscienziati assunti dalle grandi piattaforme digitali per studiare come far crescere l’engagement attraverso degli algoritmi ben scritti. Non è uscito fuori nessun nome di rilievo, nessun guru. Epperò il tema in quegli anni in Silicon Valley andava per la maggiore e Zuckerberg, che da questo punto di vista è davvero un visionario, lo aveva intuito prima di tutti, quando era ancora studente, visto che ad Harvard, nel 2003, si era iscritto non semplicemente al corso di laurea in «computer science» ma a «psicologia e informatica», una combinazione di materie che spiega benissimo la traiettoria che poi prenderà Facebook.

Nel tentativo di conquistare la nostra attenzione, di rastrellare più dati e fare più soldi, l’obiettivo delle aziende della Silicon Valley divenne insomma progettare siti o applicazioni che fossero in grado di manipolare il funzionamento del nostro cervello. Nel 2015 comparve anche una startup che prometteva di prendere un sito qualunque e modificarlo in modo da agganciare gli utenti: si chiamava Dopamina Labs. Infatti è stata la dopamina l’ingrediente segreto, il Sacro Graal della Silicon Valley di quegli anni. Cos’è la dopamina? È un neurotrasmettitore che gioca un ruolo importante nella nostra felicità visto che è associato al piacere, alla ricompensa, alla motivazione e che quindi ci induce a ripetere comportamenti che ci hanno dato quelle sensazioni. Esempio: quando non riusciamo a resistere e riprendiamo continuamente in mano lo smartphone per vedere se ci sono notifiche o controllare gli aggiornamenti di status dei nostri amici, stiamo semplicemente cercando una piccola scarica di dopamina. Esattamente come quando siamo davanti ad una slot machine e non riusciamo a smettere di azionare la leva sperando di vincere qualcosa.

Questo meccanismo – la produzione di dopamina – si verifica ogni giorno con un sacco di cose che ci fanno stare bene e ci rendono la vita migliore; e con alcune che invece non ci fanno affatto bene e che creano dipendenza, come l’alcol, le droghe e, in certi casi, i social network. Succede questo: l’algoritmo dai nostri comportamenti impara continuamente quali contenuti ci generano una piccola scarica di dopamina, e quindi fa in modo di farceli trovare rinnovati ogni volta che apriamo una certa app. Senza accorgercene, siamo fregati. Felici e fregati.

La prima vittima sacrificale di questa svolta è stata la verità. E prima ancora che decine di ricerche scientifiche dimostrassero che un contenuto falso postato sui social circola molto più velocemente di un contenuto vero (e raggiunge un pubblico molto maggiore), è stata l’istituzione da sempre deputata al controllo della «verità dei fatti» a lanciare l’allarme: il giornalismo. Il 23 marzo 2017 il settimanale Time è uscito con una copertina storica: su fondo nero c’era solo una scritta rossa, a caratteri cubitali, «Is Truth Dead?» – la verità è morta?. Era una citazione di un’altra celebre copertina del 1966 dedicata alla crisi della religione («Is God Dead?»); ed era un grido disperato per quello che stava capitando con Donald Trump alla Casa Bianca. Il declino della «verità dei fatti» sostituita dalle «verità alternative» o dai «fatti alternativi», un concetto che la Casa Bianca aveva coniato per giustificare una falsa affermazione a proposito della folla che aveva seguito un comizio del presidente. Il problema non era che qualcuno affermasse una cosa falsa o esagerata, e nemmeno che fosse il capo del più importante Paese del mondo a farlo. Quello che è sempre accaduto nella storia dell’umanità, le bugie mica le ha inventate Facebook. Il problema era che quella affermazione fosse automaticamente spinta, favorita, rilanciata dagli algoritmi dei social perché questo aumentava l’engagement degli utenti più di una cosa vera, noiosamente vera. E che quindi, come conseguenza, le persone giorno dopo giorno, iniziassero a credere a «verità alternative» e lo facessero quasi con un senso di ribellione verso l’establishment, verso il giornalismo, verso la scienza, considerate, a torto o a ragione, parte di un sistema di potere.

Gli algoritmi pro engagement e la ribellione contro le élite, rinforzandosi a vicenda, hanno creato quella miscela esplosiva che ha portato negli anni scorsi ai movimenti di opinione contro i vaccini o di negazione del cambiamento climatico. Non è stato un caso. Del resto di questa cosa a Meta (il nome che il gruppo di Zuckerberg aveva assunto per farci dimenticare lo scandalo di Cambridge Analytica) se ne accorsero quasi subito. Lo sapevano e sono andati avanti. È andata così. Dopo aver deciso di provare a imitare l’algoritmo di TikTok lanciando le «meaningful social interactions» (MSI) nel 2017 come criterio per la scelta dei contenuti da mostrare agli utenti, l’anno seguente in un documento interno un gruppo di ingegneri chiese al vertice dell’azienda: «Does Facebook reward outrage?». Cioè: non è che per caso Facebook premia l’indignazione? I dati di traffico mostravano chiaramente che l’algoritmo favoriva i contenuti che generano rabbia e questo, collegato al fatto che i giornali usavano Facebook come principale canale di distribuzione delle notizie, era un pericolo: «Alcuni editori potrebbero decidere di capitalizzare la negatività… Per effetti dei nostri incentivi, alcuni potrebbero decidere di massimizzare i profitti a danno del benessere dei lettori… lasciando da parte le questioni etiche, l’attuale funzionamento dei nostri algoritmi non sembra allineato con la nostra missione». Quale missione? Creare un mondo migliore no? Ma si può creare un mondo migliore premiando solo la rabbia e la paura delle persone?

Una cosa va chiarita prima che ci siano obiezioni. Non è che nel mondo non ci siano motivi di scontento e che, in qualche caso, non ci siano ragioni per indignarsi. Ma se dall’equazione delle nostre vite leviamo la speranza, leviamo i comportamenti costruttivi, la generosità, i piccoli passi avanti, cosa resta? Resta solo una rabbia senza limiti. Senza la speranza, diventiamo disperati.

Ma torniamo al memorandum interno di Facebook: diventerà pubblico solo due anni dopo, ma ovviamente finisce subito sul tavolo di Zuckerberg e il grande capo, preoccupato dalla concorrenza di TikTok, decide di andare avanti lo stesso. Di lasciare da parte «le questioni etiche». Che muoia – simbolicamente – la verità con tutti i giornalisti. Qualcosa in verità fu fatto. La soluzione proposta da Facebook per contrastare i rischi paventati dai propri ingegneri nel documento del novembre 2018 fu un palliativo. Fu il «fact checking». Ovvero affidare ad una rete di professionisti il controllo della verità dei fatti di alcuni post controversi avvertendo gli utenti che c’è qualcosa che non va; e, solo nei casi più estremi, rimuovere i post.

Questa partita fra verificatori e disinformatori – spesso in mala fede, a volte al soldo di potenze straniere -, è durata qualche anno ma è stata una partita truccata: mentre l’intelligenza artificiale infatti cercava in tutti i modi di aumentare il nostro engagement, anche favorendo le notizie false, anche facendoci indignare per cose che non esistevano o almeno non nei termini indicati, un piccolo manipolo di esperti cercava di mettere i famosi «puntini sulle i». I troiani contro i greci avevano più chances di farcela. E’ come se la stessa organizzazione spacciasse eroina e poi fornisse anche il metadone per disintossicarsi.

Cos’altro poteva andare storto? Ah sì. La salute mentale dei nostri figli.

Cos’è andato storto?

La terza puntata di una serie che proverà a rispondere a questa domanda. Da martedì 1 aprile sarà online la quarta puntata .

24 marzo 2025 ( modifica il 25 marzo 2025


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