Stati Uniti – La svolta all’indietro di Trump


Stati Uniti – La svolta all’indietro di Trump

Editoriale – Il Mulino

Leggere l’ascesa di Donald Trump come lo strumento per una rivoluzione tradizionalista intesa a riportare la società americana verso i tempi d’oro di metà Novecento: la riflessione di un americanista

di Tiziano Bonazzi

4 marzo 2025

Le tante, drammatiche prese di posizione prima contro il discorso del vicepresidente J.D. Vance al summit di Marsiglia sulla sicurezza, poi contro i brutali attacchi di Trump a Zelensky non mi toccano più di tanto perché mi paiono rivolte a leccarsi le ferite piuttosto che a comprendere o a contrastare il trumpismo. Sono confuso anch’io, ma un paio di cose mi permetto di dirle muovendomi all’interno della storia statunitense.

La Costituzione del 1787 non era e non voleva essere una Costituzione democratica, quanto piuttosto una Costituzione liberale che divideva il potere a livello federale e fra il governo federale e gli Stati per impedire il nascere di figure politiche troppo potenti e autoritarie. La democrazia nacque circa mezzo secolo dopo la Costituzione, negli anni Trenta dell’Ottocento e non attraverso un movimento nazionale, ma da moti in alcuni Stati i cui cittadini chiesero e ottennero il suffragio universale ‒ bianco e maschile, naturalmente ‒ mettendosi al seguito di un leader amatissimo, Andrew Jackson, un eroe militare delle guerre indiane. Si trattava di una democrazia dai tratti populisti in cui il leader si poneva in rapporto diretto col popolo e accentrava in sé il potere. Liberalismo, democrazia e nazionalismo espansionista, nato dalla corsa a quella colonia interna che era l’Ovest, si sono equilibrati variamente per un secolo fino al New Deal che diede finalmente vita a un sistema liberaldemocratico in cui i tre elementi si compenetravano e potevano virare in senso progressista o conservatore senza che il sistema ne risentisse.

Un sistema che ha dato agli Stati Uniti i suoi anni di gloria e di potere fino all’ultimo decennio del Novecento e che è crollato nel nuovo Millennio, in cui due insiemi di cause ne hanno provocato la crisi. Il primo ha natura economica e ruota attorno alla globalizzazione che provocò la crisi del sistema industriale, innanzi tutto del Midwest con la perdita di un lavoro sicuro da parte di milioni di operai, e al tempo stesso diede vita a una nuova iperclasse di miliardari, di scienziati e di tecnici della finanza, delle tecnologie avanzate, dello spazio – e, oggi, dell’Intelligenza artificiale – slegati da ogni radice nazionale in quanto abituati a interagire con i loro pari a livello mondiale. Una classe economicamente dominante poco interessata alla vita del common man americano e quindi al sistema liberaldemocratico che intendeva dare spazio nel sistema a tutti i cittadini, seppure con posizioni economiche assai diseguali.

Il secondo insieme di cause è culturale e riguarda la rapida trasformazione della società che, a partire dagli anni Sessanta, è divenuta sempre più duttile e aperta alle istanze dei movimenti, da quello degli afroamericani ai movimenti femministi e gay. Un moto che nei decenni si è impiantato nella cultura urbana e si è venuto radicalizzando, dando vita, ad esempio, alle teorie del gender e alle molteplici richieste di riconoscimento delle istanze concrete di quest’ultimo. 

Trump ha dato voce ai timori e alle frustrazioni di milioni di americani bianchi per il fermarsi dell’ascensore sociale e i rapidi mutamenti che andavano trasformando la loro società: l’immigrazione e il crescente radicalismo dei progressisti

Donald Trump non è soltanto un narcisista interessato ai propri affari e alla assoluta fedeltà di chi gli è accanto; è il punto di arrivo di una pluriennale, per lo più sottostimata, meditazione politica intenta a preparare una rivoluzione portata avanti da vari think tank iperconservatori, pur diversi fra loro, come ad esempio la Heritage Foundation, il Claremont Institute, il Council of Conservative Citizens.

Questo pensiero, di cui Trump è stato il brillante interprete, ha inteso dar voce ai timori e alle frustrazioni di milioni di americani bianchi per il fermarsi dell’ascensore sociale e i rapidi mutamenti che andavano trasformando la loro società: l’immigrazione, in primis, il cui primo risultato è che in pochi decenni l’America bianca scenderà sotto il 50% della popolazione, col timore di veder stravolti i valori e la vita degli americani, e il crescente radicalismo dei progressisti pronti a demolire la tradizione culturale che ha fatto grande l’America – la triade Dio, patria, famiglia – nel nome di istanze radicali cosiddette woke. Accanto a ciò, il rapido allontanarsi dal Partito democratico dei leader miliardari delle tecnologie più avanzate per il bisogno di energia elettrica delle loro aziende, in particolare nel settore dell’Intelligenza artificiale, che di elettricità hanno una fame inesauribile, cosa che le ha rese nemiche delle politiche green e dei sia pur modesti laccioli che i democratici imponevano loro nel nome del bene comune. Elon Musk è diventato il principale interprete di questa posizione, che ha radicalizzato in una visione assolutistica dell’efficienza che a livello politico lo ha portato a immaginare un ribaltamento della lenta, imprigionante tradizione liberaldemocratica. Trump è l’uomo, il leader populista e il leader autocratico, che ha radunato in sé tutte le spinte qui indicate per sommi capi, e sta portando avanti l’accentramento efficientistico del potere nelle mani dell’esecutivo già delineato dal Project 2025 della Heritage Foundation. 

Il risultato sperato, non si sa se raggiungibile, dalla coppia Trump-Musk non è semplicemente reazionario ma consiste nella distruzione della tradizione illuminista che, fra tanti ostacoli, ha costituito la spina dorsale del mondo atlantico dalle rivoluzioni di fine Settecento. E con essa quella del suo ramo americano, la liberaldemocrazia. A sostituirla sembra essere chiamata una duplice  spinta potenzialmente contraddittoria, ma ritenuta possibile dai rivoluzionari americani di oggi, secondo la quale la rabbiosa reazione di larghi strati della popolazione contro il fermarsi dell’ascensore sociale e la crescita della cultura radicale diventano nelle mani di Trump lo strumento per una rivoluzione tradizionalista, intesa a riportare la società americana verso i tempi d’oro di metà Novecento, in cui i ruoli sessuali e famigliari erano chiari e ben definiti, la fede religiosa nelle sue mille espressioni il fluido vitale che manteneva unita la società, con un crescente benessere che animava un’America dinamica e plurale, senza che le inevitabili contraddizioni la mettessero in pericolo. La triade Dio, patria, famiglia guidava i cittadini. Per Musk, invece, occorre distruggere ogni impedimento che il deep state, lo Stato amministrativo delle tante agency semiautonome presenti in settori importanti dello Stato federale, pone all’agire efficiente e veloce del governo americano. L’obiettivo è l’accentramento del governo nelle mani di un esecutivo libero da costrizioni nelle funzioni pubbliche, soprattutto quelle importanti per mantenere il primato americano nello spazio e nell’Intelluigenza artificiale, a costo di disinteressarsi di tanta parte dei cittadini, cui la tradizione liberaldemocratica tentava di dare un ruolo attivo. 

L’obiettivo è l’accentramento del governo nelle mani di un esecutivo libero da costrizioni nelle funzioni pubbliche, soprattutto quelle importanti per mantenere il primato americano nello spazio e nell’Ia, a costo di disinteressarsi di tanta parte dei cittadini

Mi pare dunque che la volontà di distruggere l’illuminismo e il suo universalismo consista in una rivoluzione tradizionalista intesa a riportare gli Stati Uniti all’America di metà Novecento. Accanto a questa, una rivoluzione guidata da un razionalismo efficientista estremo che indica agli americani una nuova frontiera ideale a cui affidarsi, lo spazio e le meraviglie dell’Ia. In entrambi i casi il primato del popolo, cioè dei cittadini e dei loro diritti universali fissati dai primi dieci emendamenti alla Costituzione, quelli del 1791, nonché gli altri usciti dalla Guerra civile, diventano secondari a favore di un’efficienza radicale del governo e della pace culturale e sociale garantita dallo stop all’autonoma evoluzione della cultura americana. È il capovolgimento del primato del razionalismo illuminista che nell’America rivoluzionaria, sempre indicata come pietra di paragone dai think tank conservatori, vuol dire gli illuministi scozzesi del common sense, David Hume, Montesquieu, Diderot.


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